
“Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo di Fiat arriva dal nostro paese”. E ancora: “La Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia”.
A parlare è Sergio Marchionne, l’ad di Fiat, il manager che ha salvato le sorti della casa automobilistica torinese, con lo storico accordo Chrysler, e che in molti guardano come l’uomo del destino.
Ma, meriti industriali e maglioni girocollo a parte, cambia la forma, ma non la sostanza.
Marchionne è e resta un uomo del capitale. Far fare utili alla Fiat è la sua missione. Non importa che per ottenere i suoi obiettivi, calpesti i diritti dei lavoratori. Uomini e donne che tutti i giorni si alzano all’alba o fanno i turni di notte per uno stipendio che assai di rado supera i mille euro al mese.
Ora è chiaro che l’industria metalmeccanica del 2010 in un contesto globalizzato debba affrontare sfide che venti anni fa non erano neppure immaginabili.
Ed è anche vero che i rapporti sindacali vadano ridiscussi e aggiornati.
Ma il modo è importante quanto il merito.
E finora il metodo è stato quello del caterpillar. Dello schiacciasassi. O, detto più volgarmente, del ricattatore: prendere o lasciare.
Perché portare gli stabilimenti Fiat ai livelli di produttività delle altre fabbriche sparse in giro per il mondo si può e forse si deve fare. Ma non sulla pelle degli operai. Non senza il loro consenso.
Marchionne avrebbe potuto essere inclusivo, chiedere ai lavoratori una maggiore flessibilità oraria e una maggiore produttività. In cambio però di un coinvolgimento maggiore all’interno dell’azienda e anche alle sorti dell’azienda. Ad esempio con una compartecipazione agli utili, nel caso la Fiat li ottenga.
Ma il metodo scelto è stato esattamente l’opposto. E ieri l’amministratore delegato della Fiat si è spinto ancora oltre dicendo che, di fatto, gli stabilimenti italiani sono la palla al piedi del gruppo che dirige e che gli utili non provengono neppure in minima parte dalle fabbriche tricolori.
Nessuno però, neppure da sinistra, si è preso la briga di fare quattro calcoli e ricordargli che se la Fiat è ancora viva e vegeta lo deve agli enormi finanziamenti pubblici, diretti e indiretti, di cui ha beneficiato negli ultimi 50 anni. Stabilimenti costruiti con i soldi dei contribuenti, incentivi alla rottamazione pagati direttamente dalle casse dello Stato, cassa integrazione utilizzata a go-go e scaricata sul groppone della fiscalità generale.
Fosse stata nazionalizzata, così come chiedeva appena 15 anni fa Rifondazione Comunista, forse la Fiat non sarebbe sopravvissuta. Ma almeno gli italiani non avrebbero dovuto sopportare lo schiaffo di chi ha preso montagne di soldi pubblici e poi va in televisione a raccontare un’altra storia.
Il lupo perde il pelo…
