giovedì 7 giugno 2007

Sbadigli


Non mi era mai capitato di annoiarmi al punto da sbadigliare ripetutamente a un concerto rock.

Bè, ieri ho fatto anche quest'esperienza e proprio di fronte a quello che è considerato il gruppo più importante degli ultimi anni: i White Stripes.

In realtà la serata era iniziata sotto i migliori auspici.
Ero curioso di vedere dal vivo una band che, provenendo dall'underground, era riuscita a conquistarsi i favori del pubblico mainstream.
Il loro "Blood White Cells" era stato uno dei miei dischi da playlist qualche anno addietro.
E poi, di fronte al teatro TendaStrisce di Roma, si respirava l'aria dell'evento: le bancarelle con le magliette, tanta gente...
Ho provato un po' la sensazione di vent'anni addietro quando, inseguendo i miei sogni rock'n'roll, partivo da Reggio Calabria per andare a vedere i Rolling Stones o i Pink Floyd...

Peccato che l'attesa di vedere dal vivo la "next big thing" del rock mondiale sia svanita sin dai primi accordi: chitarra ultradistorta per un sound hard-rock, batteria pestona ma poco incisiva, e la voce di Jack White senza grande estensione pur restando sempre e comunque sui toni alti...

Rimango perplesso e mi chiedo dove sia finita la band che aveva fatto del ritorno al suono delle radici (r'n'r, country, blues), appropriatamente scarnificato, la propria cifra stilistica...

Le cose vanno un po' meglio quando Jack White imbraccia per un paio di pezzi una semiacustica bianca, ma dopo poco il registro sonoro torna sullo stantio hard-rock di prima.

Il problema principale dei White Stripes è che non riescono a trasmettere nulla.
Nonostante gli innumerevoli cambi di chitarra, il volume altissimo e la distorsione, non c'è tensione emotiva.
Non si avverte mai - neppure per un attimo - quella carica pericolosa che ti fa vibrare sottopelle.
Il tempo passa, gli sguardi all'orologio si fanno sempre più frequenti e, uno dopo l'altro, partono gli sbadigli.

Se neanche un pezzo come "Seven Nation Army" (il famoso "popopopopo" delle notti mondiali)
riesce a risollevare le sorti del concerto, vuol dire che c'è proprio qualcosa che non funziona.

I White Stripes non meritano affatto il successo ottenuto.
Soprattutto se si pensa ai tanti gruppi underground che, pur in possesso di grandi canzoni e di un tiro sonoro micidiale, non sono riusciti ad ottenere neanche un decimo dell'attenzione che invece circonda qualsiasi mossa del duo di Detroit.
Chissà perchè mi viene in mente il nome di un altro musicista della Motor City: Mick Collins...
E penso che vale sempre la regola d'oro, oggi ancor più di ieri: non si può giudicare un gruppo rock senza averlo prima "testato" dal vivo.

1 commento:

Wolfman Bob ha detto...

Rob, hai fotografato perfettamente quello che è un concerto dei White Stripes. Ho avuto la stessa impressione nel 2003 in occasione della tournee di Elephant. Apprezzavo molto i primi due dischi e anche Elephant lo reputavo un buon disco.
Fu tutto smentito dal concerto:
Trentamila persone al Flippaut ad ascoltare una batterista fuori tempo per quasi tutto il concerto e lui che smaniava con la chitarra senza arrivare da nessuna parte. E i suoni non erano i suoni conosciuti sui dischi. Il risultato fu davvero pessimo...
noto che in questi quattro anni non è cambiato poi molto. Più che sbadigli pieno sonno!