mercoledì 10 novembre 2010

EIGHTIES COLOURS: nuova presentazione a Roma



Venerdì 12 novembre, nuova presentazione di EIGHTIES COLOURS a Roma.

L'appuntamento questa volta è alle ore 19, all'OBLOMOV di Via Macerata 58 al Pigneto (il quartiere più cool della Capitale).

Una chiacchierata informale assieme a Bob Colella, conduttore de "La cantina del rock" in onda ogni sabato alle 18:30 su Radio Popolare Roma (103.3 Mhz), e con tutti coloro che vorranno parteciparvi.

Si parlerà ovviamente del libro, e dell'effervescente scena underground italiana degli anni Ottanta, in particolare garage, beat e psichedelica.

Se siete a Roma, non mancate!!!





Pics by Federico Gorini (thanks!)

martedì 9 novembre 2010

Vinyl Experience...le tue ceneri in un disco!




Novembre, mese dei morti.

Per ogni rock fan che sogna l'immortalità ecco un'azienda inglese, la And Vinyly, che offre un servizio molto speciale: pressa le proprie ceneri in un disco in vinile, da consegnare ai posteri!!!

Il servizio offerto comprende non solo la "stampa" di un disco con le proprie ceneri, ma anche l'incisione del vinile su cui potrà essere inserita la propria playlist preferita (John Peel avrebbe fatto risuonare ad libitum "Teenage Kicks" degli Undertones, ad esempio), la propria voce o il proprio testamento.

La And Vynyly è stata fondata da Jason Leach, un DJ e musicista techno noto in UK per il suo gruppo Subhead e l'omonima etichetta discografica e per le successive esperienze con marchi come House of Fix, Daftwerk e Death to Vinyl.

La sua nuova società dedicata al "caro estinto che suona", oltre alla stampa del vinile, offre un intero packaging con un artwork personalizzato dall'ironico nome di RIV (Rest In Vinyl), la cui versione più semplice include il nome e le date di nascita e morte, mentre quella più elaborata e costosa prevede un ritratto realizzato dall'artista James Hague, che userà parte delle ceneri anche nell'impasto della pittura.

I costi?
Si parte da 2.000 sterline per il servizio base che comprende l'artwork standard, la pressa e l'incisione del vinile (con la propria voce o brani musicali) per un massimo di 24 minuti.

Gli extra possono variare dall'artwork personalizzato al cosiddetto "Bespook Music", un servizio per cui artisti delle etichette che fanno capo a Jason Leach, come la House of Fix e la Daftwerk, scriveranno un brano dedicato che sarà poi stampato sul disco. E copie del disco potranno essere distribuite, a richiesta, nei negozi indipendenti.

Death to Vinyl? No, Death on Vinyl...

domenica 7 novembre 2010

The CARBON / SILICON interview


Ancor più dei Sex Pistols, i Clash sono stati il gruppo di punta del punk inglese: ribelli della working class, innovatori del linguaggio musicale, rocker dalla forte impronta politico-sociale.

Joe Strummer e Mick Jones hanno rappresentato il corrispettivo punk della coppia Jagger-Richards nel decennio precedente. Poi Jones, una volta conclusa l’esperienza Clash, ha attraversato i quindici anni successivi con le varie incarnazioni dei B.A.D., prima di balzare nuovamente agli onori delle cronache nel 2002 come produttore dei Libertines, la band del controverso Pete Doherty.

È nello stesso periodo che prendono forma i Carbon/Silicon, l’attuale progetto musicale condiviso con l’amico di gioventù Tony James, anche lui protagonista della scena inglese prima con i Generation X e successivamente con i Sigue Sigue Sputnik negli anni 80.

“In realtà non mi sono mai allontanato dalla musica”, tiene a precisare Jones, incontrato in esclusiva durante l’ultima edizione del Neapolis Festival. “Ho sempre suonato e qualche anno fa ho prodotto i due album dei Libertines. Così quando ho rincontrato Tony ci siamo chiesti se ci andava di fare qualcosa assieme e abbiamo detto di sì. Il risultato è stata una canzone, a cui poi ne è seguita un’altra e poi un’altra ancora”.

Il primo brano composto dai due ex punk si intitola “MPFree” ed è una sorta di manifesto d’intenti dei Carbon/Silicon e della loro attitudine libertaria: sin dall’inizio il progetto dei due musicisti londinesi si è basato sulla totale gratuità della loro musica, scaricabile liberamente in free download dal sito ufficiale della band. Una scelta, questa, che ricalca in qualche misura l’approccio politico dei Clash che imponevano alla loro casa discografica il prezzo finale dei loro dischi. Accadde così con il capolavoro “London Calling” del 1979, doppio album venduto al prezzo di un singolo disco, o con il triplo “Sandinista” che la CBS si vide costretta a vendere al prezzo di un doppio.

“E’ la musica che conta”, raccontano quasi all’unisono Mick Jones e Tony James. “Sin dall’inizio abbiamo trovato molto eccitante il fatto di poter realizzare la musica che ci piaceva e diffonderla direttamente al pubblico senza dovere passare attraverso una casa discografica. L’idea fantastica è che puoi registrare un disco nella tua camera da letto e il giorno dopo un milione di persone hanno la possibilità di scaricarlo gratuitamente dalla Rete. Rispetto ai tempi dei Clash o dei Generation X oggi ci sono molte più opportunità”.

Per le giovani band, però, il free download rappresenta non solo un’opportunità ma anche un problema di sopravvivenza economica. Obiezione respinta: “I gruppi che valgono troveranno sempre il modo per farsi pagare. Dipende se suoni per i soldi, e allora sei un bancario e non un artista, oppure se lo fai per passione e con talento. Chi ha qualcosa di interessante da dire, emerge dalla massa e viene riconosciuto anche economicamente”.

Lo stesso approccio rilassato e controcorrente scandisce le mosse dei Carbon/Silicon anche sul versante dei concerti: “La bellezza di un gruppo come il nostro è che ci possiamo permettere il lusso di suonare per il piacere nostro e per quello dei fan. Teniamo concerti soltanto dove c’è qualcuno realmente interessato a vederci”. La band londinese - che si compone anche del bassista Jessie Wood, figlio di Ron Wood dei Rolling Stones, e del batterista Dominic Greensmith – ha tenuto quest’estate un unico concerto in Italia, al Neapolis Festival per presentare i brani del nuovo album “The Carbon Bubble”. Brani rock che non disdegnano le contaminazioni e che non nascondono un lato melodico. Rock’n’roll per il ventunesimo secolo.

“Non ci piace mettere un’etichetta sulla musica che facciamo: suoniamo e componiamo liberamente, un po’ come facevano i Grateful Dead”, chiosa Jones. E se i Clash erano abilissimi nel tirare fuori inni generazionali che alternavano storie personali e considerazioni politiche, i Carbon/ Silicon preferiscono puntare tutto su un versante più intimista e su un messaggio di speranza, anche in tempo di crisi: “Crediamo che pensare in maniera positiva possa influenzare il cambiamento. Il nostro ottimismo corrisponde alla ricerca di un significato profondo nelle nostre vite. E’ per questo che scriviamo canzoni sulla positività. E poi cerchiamo sempre di suonare e di divertirci”.

Puoi leggere quest'intervista anche su Freak Out: http://www.freakout-online.com/interviste.aspx?idintervista=221

sabato 30 ottobre 2010

and now....THE ROLLING STONES!!!



Questo post nasce da una chiacchierata - ancora in itinere - sugli Stones con Ferruccio Quercetti dei Cut, anche lui come me fan sfegatato di Mick, Keith e compagni.

Prendendo spunto da Nick Hornby e da "Altà fedeltà", anche noi ci siamo messi a fare delle classifiche sulle Pietre Rotolanti. Abbiamo inziato con queste due.
Ecco le mie.


I DISCHI PIU' SOTTOVALUTATI


1. DIRTY WORK. Sarà che è il primo album degli Stones che ho comprato in tempo reale, ma continua a piacermi. La copertina è orrenda, la band sfilacciata, ma contiene una serie di canzoni che - nonostante la pessima produzione di Steve Lillywhite - graffiano: "One Hit", "Harlem Shuffle" (cover stupenda), "Too Rude" (Keith e il suo amore per la Giamaica e i ritmi in levare!), la title-track e la splendida ballata finale "Sleep Tonight". Ingiustamente dimenticato.



2. THEIR SATANIC MAJESTIC REQUEST: è un capolavoro. Come tutti i dischi degli Stones da qui fino al 1972. Canzoni stupende ammantate di psichedelia. Lo fecero, d'accordo, per moda, ma anche per sperimentare. E i risultati sono eccellenti. Non capisco perchè i fan più ottusi lo detestino e perchè la critica ufficiale lo snobbi. Per me è splendido.




3. BETWEEN THE BUTTONS: disco di trasizione per i più. Per me un grande disco in cui convivono le varie anime della band. C'è il più bel pezzo con Richards alla voce ("Connection") e una serie di altre canzoni formidabili. Bellissima anche la copertina di Gered Mankowitz con la band ritratta all'alba dopo una session notturna (notare Brian Jones...completamente sfatto).




I DISCHI PIU' BRUTTI:

1. UNDERCOVER: un disco piatto, per nulla ispirato con canzoni mai nella media degli Stones. Un album brutto e inutile, che avrebbero potuto tranquillamente risparmiarci.

2. BRIDGES TO BABYLON: altro disco che non aggiunge nulla, semmai toglie qualcosa, alla grandezza degli Stones. Produzione roboante, ma pochissimi brani degni di nota.

3. EMOTIONAL RESCUE: nonostante contenga uno dei più grandi, e sofferti, pezzi degli Stones ("Down In The Hole"), mostra un pericoloso scivolamento verso la moda del momento, ovvero la disco music. Banale.

4. GOATS HEAD SOUP: la ballata strappalacrime "Angie" (ascoltata fino alla noia...al punto da odiarla!) e qualche altra canzone (su tutte "Star Star") non bastano a risollevare le sorti di un album debole da tutti i punti di vista: del songwriting, del tiro sonoro, della grinta. Non sembra neanche un album degli Stones, eppure era passato solo un anno da "Exile".

5. STEEL WHEELS: faccio una premessa, sono legato "sentimentalmente" a questo disco, perchè è il secondo album degli Stones che ho acquistato in tempo reale e perchè è il disco che mi ha "accompagnato" al concerto del 26 luglio 1990 al Flaminio: il giorno più bello della mia vita!
Ad ascoltarlo oggi però mostra tutta la sua debolezza, soprattutto nella produzione e negli arrangiamenti. Contiene però alcune canzoni che mi piacciono molto (anche se andrebbero riarrangiate/suonate con un tiro più...Stones). Tra queste "Sad Sad Sad" e "Rock and A Hard Place", oltre a "Can't Be Seen" (adoro Keef che canta...sempre).

°°°
Prossimamente in arrivo le classifiche dei live e dei dischi più belli...so keep in touch!

mercoledì 27 ottobre 2010

HOODOO GURUS - Purity of Essence




C’era un tempo in cui il rock australiano era un vero culto dalle nostre parti. E gli Hoodoo Gurus tra i massimi sacerdoti dell’Aussie-rock.
Ogni loro disco era un piccolo evento atteso febbrilmente, così come ogni concerto che finiva per toccare gli italici lidi. Mentre in madre patria Dave Faulkner e soci continuano a essere una delle band più rispettate e venerate, in Italia i riflettori sulla scena australiana si sono spenti da tempo e questo black out ha coinvolto anche loro.

Ed è un vero peccato perché i Gurus sono più in forma che mai. Già il precedente “Mach Schau” del 2004 era un signor disco e adesso il quartetto riconferma il suo stato di grazia con “Purity Of Essence”. Un album di una band matura che possiede ancora molte frecce al proprio arco.
Una su tutte: lo straordinario songwriting. Così, ventisei anni dopo il folgorante debutto di “Stoneage Romeos”, i Gurus tirano fuori 16 tracce in cui si permettono il lusso di cambiare più volte registro sonoro senza intaccare il fil rouge che tiene assieme il canovaccio dell’album. Con risultati spesso esaltanti.

Come nell’iniziale “Crackin’ Up”, un brano destinato a diventare un classico per via dell’imbattibile tiro power-pop, chitarre sature e taglienti che sottolineano l’indiscutibile vena melodica. Stesso discorso per “What’s In It For Me?”, in assoluto uno dei brani più belli venuti fuori dal cilindro di Dave Faulkner e dalla sei corde di Brad Sheperd: un’esplosione di solarità ed energia. Ma, come dicevamo, in “Purity Of Essence” gli Hoodoo Gurus non devono sottostare ad alcun clichè e piazzano senza soluzione di continuità una ballata ipnotica e malinconia come “Are You Sleeping?” e un episodio quasi ska-core, con i fiati sparati a mille, come “Burnt Orange”. Oppure al rock’n’roll impreziosito dai cori femminili e virato verso il R&B di “I Hope You’re Happy” fanno seguire il robusto mid-tempo di “Ashamed Of Me”. E se “Over Nothing” è una canzone lenta e introspettiva, con una voce cavernosa, “Only In America” è uno straordinario pezzo funk che potrebbe sbancare le classifiche con quei cori in falsetto. In “Let Me In” Dave Faulkner, Brad Sheperd, Rick Grossman e Mark Kinsgsmill sembrano una versione hard dei Knack, mentre in “Evening Shade” firmano un episodio al contempo intimista e dinamico, prima di piazzare il colpo del definitivo KO con “1968”, altro potenziale hit, e concludere poi con l’ennesima ballata, “The Stars Look Down”. Per il sottoscritto, già da ora, disco dell’anno.

martedì 26 ottobre 2010

KILL CITY: ristampa dell'anno!



Ristampa dell’anno? Con ogni probabilità. Questa gemma di Iggy Pop e James Williamson torna a nuova vita, un po’ come successe nel 1997 con “Raw Power”, il terzo album degli Stooges, su cui mise le mani lo stesso Iggy per far dimenticare l’infame lavoro svolto nel ’73 da David Bowie. E così le chitarre tornarono a ruggire, il basso a pulsare, la voce dell’Iguana a graffiare.

Ci trovammo al cospetto di un disco nuovo di zecca. Cosa che accade adesso anche con “Kill City”, 33 anni dopo la sua uscita. Anche perché le ristampe di questo Lp finora immesse sul mercato sono state realizzate a partire dalla prima edizione in vinile verde, e non dai master originali, con una qualità audio ovviamente non eccelsa.
A questo giro, invece, la Bomp! ha deciso di fare le cose come si deve: ha rintracciato i nastri originali e li ha consegnati a James Williamson che ha remixato e rimasterizzato l’album. Ma è tutta la storia di questo disco, del resto, a essere peculiare. Registrato a Los Angeles nel 1975 nell’immediato post-Stooges, in uno dei momenti più bui della vita e della carriera dell’Iguana, “Kill City” rimase nei cassetti per due anni. Vide la luce per l’etichetta di Greg Shaw che sfruttò il momento propizio del ritorno in pista di Iggy con “Lust For Life” e “The Idiot”, pubblicati appunto nel 1977.

“Kill City” è un lavoro importante, oserei dire cruciale nella storia artistica e personale di Mr. Osterberg perchè fotografa il passaggio dagli Stooges alla nuova fase della sua carriera da solista.

Ci sono echi della sua vecchia formazione e infatti la scaletta prevede “I Got Nothin’” e “Johanna”, due episodi suonati live coi tardi Stooges. Ma si apre anche a soluzioni sonore e vocali totalmente nuove.

Se l’iniziale title-track ha chitarre killer e un tiro rollingstoniano, la successiva “Sell Your Love” è una splendida ballata notturna, con un sax che si staglia e i cori che danno un tocco di magia soul. Anche nel rock’n’roll in midtempo di “Beyond The Law” il sax gioca un ruolo fondamentale sottolineando l’impatto vocale e chitarristico del pezzo.

Ed è ancora grande rock’n’roll con l’abrasiva “I Got Nothin’” e poi nella disperata love-song “Johanna” dove la voce di Iggy si insinua alla perfezione tra gli inserti del piano, i riff chitarristici di Williamson e un sax sempre più prezioso e intrigante. Ma è con “Consolation Prizes” che i due ex-Stooges firmano il capolavoro dell’album: un episodio solare, dal tiro quasi power-pop, che non avresti mai creduto potesse essere firmato da un campione della paranoia e dell’autodistruzione come Iggy. E se in “No Sense Of Crime” spicca la voce di Mr. Osterberg, ora calda e avvolgente, in “Lucky Monkeys” aleggia ancora una volta lo spirito degli Stones più depravati. Mentre la conclusione è ancora una volta sorprendente, con le morbidezze (sin troppo accentuate) della strumentale “Master Change”.

lunedì 25 ottobre 2010

Il lupo perde il pelo...


“Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo di Fiat arriva dal nostro paese”. E ancora: “La Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia”.
A parlare è Sergio Marchionne, l’ad di Fiat, il manager che ha salvato le sorti della casa automobilistica torinese, con lo storico accordo Chrysler, e che in molti guardano come l’uomo del destino.

Ma, meriti industriali e maglioni girocollo a parte, cambia la forma, ma non la sostanza.
Marchionne è e resta un uomo del capitale. Far fare utili alla Fiat è la sua missione. Non importa che per ottenere i suoi obiettivi, calpesti i diritti dei lavoratori. Uomini e donne che tutti i giorni si alzano all’alba o fanno i turni di notte per uno stipendio che assai di rado supera i mille euro al mese.

Ora è chiaro che l’industria metalmeccanica del 2010 in un contesto globalizzato debba affrontare sfide che venti anni fa non erano neppure immaginabili.
Ed è anche vero che i rapporti sindacali vadano ridiscussi e aggiornati.
Ma il modo è importante quanto il merito.
E finora il metodo è stato quello del caterpillar. Dello schiacciasassi. O, detto più volgarmente, del ricattatore: prendere o lasciare.
Perché portare gli stabilimenti Fiat ai livelli di produttività delle altre fabbriche sparse in giro per il mondo si può e forse si deve fare. Ma non sulla pelle degli operai. Non senza il loro consenso.
Marchionne avrebbe potuto essere inclusivo, chiedere ai lavoratori una maggiore flessibilità oraria e una maggiore produttività. In cambio però di un coinvolgimento maggiore all’interno dell’azienda e anche alle sorti dell’azienda. Ad esempio con una compartecipazione agli utili, nel caso la Fiat li ottenga.

Ma il metodo scelto è stato esattamente l’opposto. E ieri l’amministratore delegato della Fiat si è spinto ancora oltre dicendo che, di fatto, gli stabilimenti italiani sono la palla al piedi del gruppo che dirige e che gli utili non provengono neppure in minima parte dalle fabbriche tricolori.

Nessuno però, neppure da sinistra, si è preso la briga di fare quattro calcoli e ricordargli che se la Fiat è ancora viva e vegeta lo deve agli enormi finanziamenti pubblici, diretti e indiretti, di cui ha beneficiato negli ultimi 50 anni. Stabilimenti costruiti con i soldi dei contribuenti, incentivi alla rottamazione pagati direttamente dalle casse dello Stato, cassa integrazione utilizzata a go-go e scaricata sul groppone della fiscalità generale.

Fosse stata nazionalizzata, così come chiedeva appena 15 anni fa Rifondazione Comunista, forse la Fiat non sarebbe sopravvissuta. Ma almeno gli italiani non avrebbero dovuto sopportare lo schiaffo di chi ha preso montagne di soldi pubblici e poi va in televisione a raccontare un’altra storia.

Il lupo perde il pelo…