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mercoledì 11 aprile 2012
mercoledì 4 aprile 2012
Roger Daltrey performs "Tommy"

Ho visto Roger Daltrey dal vivo poco meno di due settimane fa.
Sono andato al concerto senza grandi aspettative. Da vecchio fan degli Who temevo infatti di distruggere il mito. Il rischio di assistere a uno show patetico di una leggenda del rock che non si rassegna al tempo che passa c'era ed era grande.
Ho iniziato il concerto in apnea. Poi, man mano che i minuti passavano, mi sono sciolto. Il vecchio leone ruggiva ancora nonostante le 68 primavere.
E' invecchiato bene, Roger Daltrey. Non è imbolsito, non ha perso i capelli, anche se la voce non è più quella di un tempo con l'estensione di quattro ottave con cui prendeva la scala e saliva in cielo.
A quasi settanta anni sale sul palco e fa ancora la sua figura. Incredibile a dirsi per un giovanotto che quasi mezzo secolo fa cantava (ma il verso immortale non è suo, bensì di Townshend): "I hope I die before I get old"...
Per questo tour Daltrey ha messo su un'ottima band (con il fratello minore di Pete, Simon Townshend, di 15 anni più giovane) e orchestrato uno show bellissimo con tanto di stupenda animazione grafica che pulsava da un enorme schermo.
Ha rifatto tutto "Tommy", un disco che in verità non ho mai amato se non per quelle canzoni i cui riff rimangono scolpiti nel mio cuore ("I'm free" e "Pinball Wizard" su tutte), ha messo in mostra qualcuno dei vecchi trucchi di scena, come le acrobazie col microfono, ha cantato e suonato (alla fine, chitarra e ukulele) per oltre due ore.
Soprattutto i classici degli Who, quelli che tutti attendevamo impazientemente: "Baba O'Riley", "The Kids Are Alright", "Pictures of Lily", "My Generation" (l'unica a non convincere, per via di un arrangiamento poco azzeccato, non solo per il testo...), "Behind Blue Eyes", "Young Man Blues", "Who Are You", "I Can See For Miles"...
Attendevo "Won't Get Fooled Again", ma non c'è stata. Poco male.
Ho vissuto solo un riflesso lontano di quella che un tempo fu una band micidiale.
Mentre andavo via dall'Auditorium Conciliazione riflettevo proprio su questo: sull'integrità artistica che ancora sostiene Daltrey e su cosa dovevano essere gli Who negli anni Sessanta con quel funambolo pazzo di Keith Moon dietro ai tamburi, con il genio e la furia chitarristica di Pete Townshend, con l'eleganza di John Entwistle e con la voce impressionante e la presenza scenica di Roger Daltrey, tutti poco più che ventenni.
Una devastante forza della natura...
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giovedì 16 febbraio 2012
Roma bye bye


Ha fatto bene il governo Monti a non avallare la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020.
Tanto che le critiche per questa decisione si sono sciolte come neve al sole nel giro di due giorni.
Ha fatto bene e per due ragioni.
La prima: destinare 10 miliardi di euro ai giochi olimpici in una fase in cui vengono chiesti ai cittadini sforzi straordinari pur di tenere i conti in ordine ed evitare il default sarebbe stato un azzardo rischiosissimo. Al quale, ne sono convinto, si sarebbero prestati i partiti politici (di destra e sinistra) spinti dagli interessi delle lobby, se solo avessero governato loro in questo momento.
L'esperienza insegna che manifestazioni di una tale portata sono enormemente remunerative per le grandi corporazioni, per i palazzinari, per tutta l'area grigia che ruota attorno al business e alla politica.
Non certo per la collettività che, oltre ad accollarsi i costi spropositati di questi mega-eventi, non ne ricava un beneficio nè diretto nè indiretto.
Finite le Olimpiadi le grandi strutture sportive restano, nella stragrande maggioranza dei casi, cattedrali nel deserto. E, a tutti noi, i conti (salati) da pagare.
La seconda ragione è che una città deve meritarsi i giochi. E Roma non ha le carte in regola per un evento del genere.
Bellissima sì, ma infernale e invivibile per i suoi cittadini. Con una rete di trasporti urbani da terzo mondo: solo due linee di metropolitana (Madrid ne ha 13, Londra altrettante, Parigi 16, Berlino 10) per 3 milioni di abitanti - e una terza in netto ritardo sui tempi di consegna - sono assolutamente insufficienti a garantire la mobilità dei cittadini e dei turisti.
Con i giochi in casa, e un iperflusso di persone (sportivi, turisti, appassionati, giornalisti, operatori) è facile ipotizzare una città costantemente in tilt. Un vero inferno quotidiano.
Mi si obietterà che con i soldi in arrivo la città potrebbe rifarsi il look, avere una chance enorme per rilanciarsi. Come è successo, ad esempio, a Barcellona.
Questo sarebbe vero se avessimo degli amministratori preparati e onesti, una classe politica capace di fare sistema e di mettere gli interessi della collettività al di sopra dei propri e delle lobby che rappresenta.
Sarebbe vero se la città vivesse un trend positivo e aspettasse solo l'occasione giusta per accelerare ulteriormente la propria crescita.
Sarebbe vero, infine, se i tempi di pianificazione fossero assai più lunghi.
Ma purtroppo non è così.
A parte il fatto che le Olimpiadi sono dietro l'angolo (8 anni sono pochissimi per pianificare, organizzare e gestire le fasi preparatorie di un evento di portata mondiale), una classe di amministratori incapace di gestire due-giorni-due di neve può pretendere di mettersi alla guida di una macchina organizzativa del genere?
E un sistema imprenditoriale e politico che non porta a termine un'opera che sia una nei tempi e nei costi previsti può pretendere che gli vengano affidati lavori monumentali per miliardi di euro senza il legittimo sospetto che essi non servano solo ad alimentare il malaffare tangentizio?
Vista l'Italia in cui viviamo, le risposte mi sembrano scontate.
E la scelta di Monti saggia e lungimirante.
domenica 5 febbraio 2012
Pigneto under the snow
Così si presentava il Pigneto, il cuore della movida romana, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio.
Insolitamente deserto e ammantato da una spessa coltre di neve bianca.
Niente comitive di ragazzi che sono soliti passare da un locale all'altro e animare le serate del quartiere.
Solo pochi solitari coraggiosi hanno sfidato la tempesta di neve in un'atmosfera magica e irreale.
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mercoledì 18 gennaio 2012
The leaving of London: Bevis Frond is back in town!

Per molti la parola underground ha perso di significato. Non per me.
E neppure per Nick Saloman, in arte Bevis Frond, che ha vissuto tutta la sua vita al riparo dall'accecante luce dei riflettori, in una dimensione sotterranea e controculturale in cui ha potuto dare libero sfogo alla sua indomita creatività.
Lo ha fatto con la sigla Bevis Frond, con altri progetti paralleli e con l'etichetta di culto Woronzow Records che ha marchiato tutte le prove del suo gruppo e anche dischi di artisti e formazioni vicini per spirito, sonorità e attitudine al suo universo musicale/ideale.
A sette anni dall'ultimo tour e a pochi mesi dall'uscita del bellissimo doppio album
"The Leaving Of London", i Bevis Frond tornano in Italia per presentare il nuovo disco.

Un lavoro in cui la passione sterminata di mr. Saloman per i Sixties (intesi come quelle praterie sconfinate in cui correvano liberamente pop floreale, confetti psichedelici, rock chitarristico della migliore scuola) riesce a raggiungere nuove vette espressive.
Nick Saloman e i suoi sodali Adrian Shaw, Paul Simmons e Dave Pearce saranno di scena sabato 21 gennaio al Vinile 45 di Brescia e domenica 22 all'Init di Roma.
Se siete tra i fortunati a trovarvi in zona nel weekend, non mancate il contatto...
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lunedì 17 ottobre 2011
A mente fredda

Due giorni dopo la manifestazione di Roma, forse è il caso di tornare a ragionare su quello che è successo e trarre alcune considerazioni. A mente fredda.
I black bloc e l'intelligence
Gli incappucciati con le felpe nere e i caschi in testa non hanno preso in ostaggio solo una piazza, ma una moltitudine di persone, 200mila circa, che stavano manifestando la loro indignazione contro un sistema economico e sociale palesemente ingiusto. Che ha creato la crisi economica e che, adesso, ne fa pagare il prezzo più alto alle persone comuni.
Le vere vittime dei black bloc sono i cittadini che volevamo manifestare pacificamente.
Vittime della violenza di strada e vittime di una mancata prevenzione e gestione della piazza.
Da due giorni ho una domanda che mi frulla, insistente, in testa: ma i nostri servizi di intelligence, i famigerati servizi segreti italiani, sempre in prima linea nelle stragi di Stato e nei successivi depistaggi, non sapevano nulla dell'onda nera che stava per arrivare a Roma?
Le risposte sono due. Entrambe inquietanti.
Se lo sapevano, perchè non sono intervenuti in tempo, intercettando teppisti e armi?
Se non lo sapevano, che ci stanno a fare? E perchè non sono cadute subito delle teste, a partire dai responsabili dell'Aisi (ex Sisde), prefetto e questore di Roma?
Il ruolo dei media
I media italiani, nessuno escluso, hanno cavalcato l'onda della guerriglia urbana.
Di fatto togliendo la voce al 99% delle persone arrivate a Roma da ogni dove e ignorando i temi all'ordine del giorno. La cronaca delle violenze a via Labicana e a piazza San Giovanni ha oscurato la notizia vera: che il movimento degli indignati è non violento, che sono stati i manifestanti ad allontanare dal corteo i black bloc.
Ma, il giorno dopo, il precariato, una vita senza futuro e senza speranza per due generazioni, lo smantellamento programmato del welfare, erano spariti da televisioni e giornali. Tutti intenti a parlare della violenza di strada.
Il giornalismo italiano ha perso un'occasione per guardare oltre il dito. E raccontare la realtà nelle sue mille sfaccetture, nella sua complessità: si è fatta una semplificazione inutile e grossolana, tralasciando la notizia vera.
La politica
La classe dirigente italiana, di destra e di sinistra, ha mostrato ancora una volta la sua inadeguatezza, la sua congenita incapacità a leggere cosa accade nella società italiana del 2011. Tutte le dichiarazioni degli esponenti di partito condannavano la violenza della minoranza dei black bloc. Nessuno, o quasi, ha parlato delle ragioni che hanno spinto 200mila persone a darsi appuntamento a Roma per manifestare pacificamente.
A parte Nichi Vendola, che ha correttamente parlato di due manifestazioni, paradossalmente le parole più sensate sono arrivate da Alemanno e Maroni. Che hanno detto chiaramente che i manifestanti, le associazioni e i partiti di sinistra nulla c'entravano con i teppisti organizzati che hanno messo a ferro e fuoco la città. E da Letta (Pd) che ha chiesto che non venissero dimenticate le ragioni di chi protesta.
Ma la maggior parte non ha saputo andare oltre le dichiarazioni di rito contro la violenza o, peggio ancora, c'è stato chi (vedi Larussa o Gasparri) ha tentato di gettare benzina sul fuoco e strumentalizzare l'accaduto. Seguito a ruota dalla stampa di regime: il Giornale, Libero e la Padania.
°°°
Post scriptum: tra i tanti commenti a caldo raccolti da SkyTG24 mi ha colpito quello di una distinta signora di mezza età che ha dichiarato che la vera violenza è quella del governo che, ai tempi della crisi, regala posti di viceministro e sottosegretario a chi ha venduto il suo voto di fiducia...
(foto di Nello Nobile. Thanks)
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sabato 9 aprile 2011
MOTORAMA / PLUTONIUM BABY @ Twiggy 60's Party!!!

Ritorna il TWIGGY, il Sixties Party di Roma.
Stasera sul palco del Mads (Via dei Sabelli 2, S. Lorenzo) saranno di scena MOTORAMA/PLUTONIUM BABY
Vale a dire la "all girl band" capitolina che ha conquistato l'Europa e gli States con il suo garage-punk deviato, chitarra e batteria (no bass!!!) ultra lo-fi.
Improvvisamente le Motorama si trasformeranno nei Plutonium Baby, una mutazione genetica avvenuta con l'innesto del synth allucinato di Fil Sharp dei Cactus. New Wave (or No Wave) for the next generation!!!
Assieme a loro, sul palco del Twiggy 60's Party, danzeranno le Hormonettes!!!
Prima, durante e dopo, come sempre, potrete ballare a perdifiato con i dischi Beat, Soul, Girl Groups, French Pop, Boogaloo di Luzy L & Corry X
Non mancate!!!
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domenica 20 marzo 2011
Libia: siamo di nuovo in guerra

Alla fine l'attacco c'è stato. La chiamano operazione "Odissey Dawn", una missione umanitaria con tanto di sigillo Onu (la risoluzione 1973).
A me sembra l’ennesima guerra dopo Iraq e Afghanistan in cui ci siamo cacciati, con buona pace dell'articolo 11 della nostra Costituzione.
Vale la pena di fare alcune considerazioni.
La prima riguarda la politica estera del governo italiano affidata a un ex maestro di sci.
Una politica estera completamente deficitaria, senza alcuna strategia, che orienta le sue mosse in base alle contingenze.
Non fosse così non si spiegherebbe perché il dittatore sanguinario che oggi bombardiamo è lo stesso capo di Stato accolto con i massimi onori (e con quel suo circo patetico, con tanto di tende e di harem) a Roma non più tardi di nove mesi fa. Lo stesso Gheddafi a cui Berlusconi ha baciato la mano, elogiandolo come un grande amico dell’Italia.
Del resto non scopriamo ora chi è Gheddafi, visto che con il suo regime facciamo affari in nome della real politik e degli interessi nazionali (in particolare per l’approvvigionamento energetico) da oltre trent’anni.
Cosa è cambiato adesso? La risposta, anche di molti ex pacifisti e intellettuali di sinistra, è che ora c’è una questione umanitaria aperta.
E’ vero. Ma è bene riflettere sui tempi e sui modi di ciò che è accaduto in Libia dal momento in cui una parte della popolazione è insorta contro il Colonnello.
Cosa hanno fatto nelle ultime tre settimane le diplomazie occidentali? Nulla. Hanno atteso che la situazione degenerasse.
Era chiaro che Gheddafi non avrebbe ceduto il potere pacificamente e che avrebbe scatenato la repressione contro gli insorti.
Su L’Espresso della scorsa settimana lo scrittore russo, ed ex mercenario, Nicolai Linin ci informava che i figli del leader libico stanno assoldando cecchini in mezzo mondo, pagandoli 10mila euro a settimana, per fare piazza pulita dei rivoltosi.
Informazioni di questo tipo erano a conoscenza dell’intelligence dei Paesi europei. Il fatto che i governi occidentali non siano intervenuti presso il regime libico quando ancora c’erano i margini per evitare la repressione e tutelare la popolazione civile, fa nascere il legittimo sospetto che si sia voluta far degenerare la situazione per avere poi l’alibi perfetto per giustificare l’intervento militare.
Un’altra riflessione va fatta sui reali obiettivi dell’intervento militare e sulla loro efficacia.
Personalmente ritengo che il vero obiettivo non sia la tutela della popolazione, ma l’appropriazione indebita delle risorse energetiche (petrolifere e di gas) della Libia.
Rimuovere Gheddafi e mettere al suo posto un fantoccio al servizio dell’Occidente, in particolare di quei Paesi che si sono messi a capo della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”: a partire dalla Francia che con Sarkozy ha impresso un’accelerata all’intervento militare, mettendo in secondo piano gli altri partner europei.
L’impressione è che sarà il suo Paese, in caso di vittoria, a godere degli immensi benefici che seguiranno la probabile caduta del regime. Vale a dire il business della ricostruzione e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. Niente di nuovo sotto il cielo, è un vecchio film visto fin troppe volte.
Del resto, la contemporaneità dei tragici eventi in Giappone e il ripensamento di molti paesi sui costi e la sicurezza del nucleare fanno tornare in primo piano la questione energetica.
In attesa che la tecnologia per le rinnovabili venga messa a punto per un utilizzo su vasta scala, il petrolio e il gas rimangono le due fonti di energia per le quali si è aperta una feroce competizione tra i paesi industrializzati. Il primato economico passa attraverso l'energia a basso costo. Avere la possibilità di accaparrarsi i giacimenti libici è un'occasione unica, da non lasciarsi sfuggire.
Quanto poi all’efficacia dell’intervento militare per la salvaguardia della popolazione, anche lì i dubbi sono enormi. Anche perché, come la tragica esperienza in Iraq e Afghanistan ci ha insegnato, le bombe intelligenti non esistono e, assieme agli “obiettivi strategici”, fanno strage di civili inermi.
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare, ossia la reazione del regime libico contro l’Italia, giudicato dal Colonnello un Paese traditore (vista la giravolta del nostro governo).
La pericolosità di Gheddafi e dei suoi sgherri è ampiamente documentata: dalle bombe su Lampedusa agli attacchi terroristici (la bomba sull’aereo a Lockerbie nel 1988) fino alla minaccia di non controllare più il flusso dei migranti che partono alla volta dell’Italia dalle coste libiche.
Che fare, dunque?
Mentre la situazione si ingarbuglia ogni ora di più, mi viene in mente un refrain che ho riletto questa mattina per l’ennesima volta: meglio la più scalcinata delle diplomazie, che la più intelligente delle bombe.
mercoledì 10 novembre 2010
EIGHTIES COLOURS: nuova presentazione a Roma

Venerdì 12 novembre, nuova presentazione di EIGHTIES COLOURS a Roma.
L'appuntamento questa volta è alle ore 19, all'OBLOMOV di Via Macerata 58 al Pigneto (il quartiere più cool della Capitale).
Una chiacchierata informale assieme a Bob Colella, conduttore de "La cantina del rock" in onda ogni sabato alle 18:30 su Radio Popolare Roma (103.3 Mhz), e con tutti coloro che vorranno parteciparvi.
Si parlerà ovviamente del libro, e dell'effervescente scena underground italiana degli anni Ottanta, in particolare garage, beat e psichedelica.
Se siete a Roma, non mancate!!!


Pics by Federico Gorini (thanks!)
mercoledì 7 luglio 2010
Another night of SUPER-ROCK...with THE FLESHTONES!!!
Domani, al Circolo degli Artisti di Roma, e dopodomani a Recanati...un'imperdibile serata di straordinario rock'n'roll con la più grande party band di tutti i tempi: i FLESHTONES!!!
O meglio una notte di Super-Rock, la favolosa miscela di garage, r'n'r, R&B e divertimento a go-go che dal 1976 Peter Zaremba e soci ci regalano ogni volta che salgono su un palco.
Personalmente ho bisogno della mia dose di Super-Rock almeno una volta all'anno.
Se non avete mai partecipato a un party dei Fleshtones adesso avete l'occasione per recuperare.
Se già avete visto i Fleshtones dal vivo sapete di cosa parlo e so per certo che non mancherete...
Let's party... with The FLESHTONES!!!
See you tomorrow!
O meglio una notte di Super-Rock, la favolosa miscela di garage, r'n'r, R&B e divertimento a go-go che dal 1976 Peter Zaremba e soci ci regalano ogni volta che salgono su un palco.
Personalmente ho bisogno della mia dose di Super-Rock almeno una volta all'anno.
Se non avete mai partecipato a un party dei Fleshtones adesso avete l'occasione per recuperare.
Se già avete visto i Fleshtones dal vivo sapete di cosa parlo e so per certo che non mancherete...
Let's party... with The FLESHTONES!!!
See you tomorrow!
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martedì 1 giugno 2010
EIGHTIES COLOURS: oggi a Roma, allo Spazio daSud (Pigneto)

MARTEDI’ 1 GIUGNO / ORE 20.00
allo Spazio daSUD
via Gentile da Mogliano 170 – Pigneto Roma
Presentazione di
EIGHTIES COLOURS.
Garage, beat e psichedelia nell'Italia degli anni Ottanta
Sarà presente l'autore Roberto Calabrò
Modera John Vignola (Rai, Mucchio Selvaggio),
Interviene Federico Guglielmi (Mucchio Selvaggio, Rai)
a seguire DJ set: La Cantina del Rock
come sempre CENAPERITIVO dell'associazione daSud
Gli anni Ottanta non sono stati solo quelli degli yuppies e della “Milano da bere”, di DJ Television e del Pentapartito al governo. Dietro la loro facciata superficiale, lontana dai patinati circuiti “ufficiali”, scorreva una straordinaria creatività sotterranea che eleggeva miti e cementava legami.
Tra il 1985 e il 1990, da nord a sud, centinaia di giovani – stanchi dei dogmi della politica come delle atmosfere oscure del dark e della new wave – decidono di voltarsi indietro e guardare ai Sixties come inesauribile fonte di ispirazione.
Vogliono celebrare la gioia di vivere, ritornare alle radici più pure del rock’n’roll, passando attraverso la riscoperta di oscure formazioni americane e inglesi degli anni Sessanta. Come i loro coetanei d’Oltreoceano o della fredda Scandinavia, si fanno crescere i capelli e li acconciano a caschetto, iniziano a indossare camicie paisley e a portare i Chelsea Boots, gli stivaletti a punta in voga ai tempi dei Beatles. Ma soprattutto imbracciano gli strumenti e li accordano sui meravigliosi suoni di due decenni prima. «Eighties Colours» ripercorre tutte le tappe del movimento neo-Sixties: un circuito indipendente da cui uscirono decine di dischi, fanzine e fogli di controinformazione, e si organizzarono concerti e tour. Attraverso la viva voce dei protagonisti e con un apparato iconografico senza precedenti, questo libro ci trascina nell’atmosfera di quegli anni irripetibili e naïf.
giovedì 20 maggio 2010
Fútbol
Il campionato di calcio si è finalmente concluso con la prevedibile vittoria dell'Inter che però, alla fine, si è dovuta sudare lo scudetto grazie allo straordinario recupero di una Roma indomita, rigenerata dalla cura Ranieri.
Al di là dei risultati della classifica, ecco chi ha vinto il vero scudetto secondo me:

CLAUDIO RANIERI. Un gentleman, un uomo di calcio, uno sportivo vero.
Licenziato ingiustamente e in maniera indecorosa (ricordiamolo: a due giornate dal termine dello scorso campionato, con la squadra seconda in classifica) dall'inqualificabile dirigenza della Juventus, il tecnico romano non ha fatto una piega.
E' rimasto ad aspettare e, quando è stato chiamato dalla Roma per sostituire Luciano Spalletti, ha messo in campo tutta la sua esperienza, la sua autorevolezza, la sua capacità di fare gruppo e valorizzare i giocatori.
Partenza a corrente alternata, poi la sua Roma è stata la più bella sorpresa del campionato. Ha recuperato 14 punti alla corazzata Inter, è riuscita nel sorpasso, è crollata di fronte alla Samp (in una gara che avrebbe meritato di vincere).
Alla fine è giunta seconda con grande onore.
In tutto ciò i meriti di Ranieri sono stati evidenti. Non solo sul piano tecnico e dei risultati. Ma soprattutto su quello sportivo e dello stile.
Mai una parola fuori posto, mai un atteggiamento fuori dalle righe.
Il calcio italiano ha bisogno di gente come lui.

LEONARDO. Chiamato controvoglia a fare l'allenatore di una squadra non più all'altezza del suo glorioso passato, ha accettato l'incarico per l'amore che lo lega(va) al Milan. Ha rianimato una squadra che di anno in anno perde i suoi campioni e che l'anagrafe condanna a recitare inevitabilmente un ruolo di secondo piano. Ha rilanciato Ronaldinho.
Fino a quando polmoni e gambe dei giocatori hanno retto, il suo Milan è stato un valido avversario dell'Inter. Di più non poteva fare.
Lo ha fatto con stile impeccabile. Ha scelto, qualche volta ha sbagliato, ma è sempre stato coerente con le sue decisioni.
Non ha accettato i diktat di Berlusconi e, a fine campionato, consapevole che la sua autonomia era malvista dal presidente-padrone, ha lasciato con eleganza.
I tifosi si sono schierati dalla sua parte, contestando per la prima volta apertamente Berlusconi.
Il suo stile, il suo sorriso e la sua eleganza (indossa le cravattine vintage che io adoro) rimangono tra le cose migliori di questa stagione.

JOSE' MOURINHO. Piaccia o non piaccia, è davvero lo "Special One".
In due stagioni ha portato l'Inter dove gli era stato chiesto.
In finale di Champions. Dove non arrivava dal 1972.
Ha già vinto due "tituli" e sabato si gioca il terzo, il più importante.
Poi andrà a Madrid, verso una nuova sfida. Non per soldi (ne guadagna così tanti che non he ha bisogno), ma perchè in Italia non si sente amato. Ed è vero.
Un po' è anche colpa sua. Pur di tenere l'attenzione tutta su di sè (e far respirare la squadra) ha spesso gettato benzina sul fuoco delle polemiche.
Il suo atteggiamento è spesso arrogante. Non sorride mai. Risponde con astio alle domande. Ma, al di là dei meriti sportivi (enormi), ha finalmente stravolto la liturgia delle risposte scontate e politicamente corrette. Dice quello che pensa, senza peli sulla lingua. E le cose che dice non sono mai banali.
Chi lo ha attaccato, dal prossimo campionato lo rimpiangerà.
E veniamo ora alle pagelle negative.
La più sonora bocciatura è per la JUVENTUS. La squadra che amavo da ragazzino e in cui non mi riconosco più. Lo stile-Juventus dei tempi di Boniperti, del Trap allenatore e di Zoff-Gentile-Cabrini-Bonini-Brio-Scirea...non esiste più.
Esiste solo una dirigenza arrogante, composta di manager che sapranno tutto di bilanci ma che di pallone giocato capiscono poco e che non danno (forse perchè non hanno) alcun valore all'aspetto umano e sportivo.
Solo così si spiega la scelta azzardata di un allenatore esordiente e senza idee.
Solo così si spiega una campagna acquisti in cui sono stati gettati al vento 50 milioni per un mediocre mediano (Felipe Melo) e per un regista (Diego) mai messo in condizione di funzionare in un collettivo costruito male.
Dispiace per Zac, un signore, ma neanche lui è riuscito a cavare un ragno dal buco.
Segno che molti giocatori sono al capolinea o sul viale del tramonto (Del Piero, Grosso, Camoranesi, Cannavaro, forse anche Buffon), molti non all'altezza del blasone, molti ancora acerbi. Urge rifondazione. A partire dalla dirigenza.
Al di là dei risultati della classifica, ecco chi ha vinto il vero scudetto secondo me:

CLAUDIO RANIERI. Un gentleman, un uomo di calcio, uno sportivo vero.
Licenziato ingiustamente e in maniera indecorosa (ricordiamolo: a due giornate dal termine dello scorso campionato, con la squadra seconda in classifica) dall'inqualificabile dirigenza della Juventus, il tecnico romano non ha fatto una piega.
E' rimasto ad aspettare e, quando è stato chiamato dalla Roma per sostituire Luciano Spalletti, ha messo in campo tutta la sua esperienza, la sua autorevolezza, la sua capacità di fare gruppo e valorizzare i giocatori.
Partenza a corrente alternata, poi la sua Roma è stata la più bella sorpresa del campionato. Ha recuperato 14 punti alla corazzata Inter, è riuscita nel sorpasso, è crollata di fronte alla Samp (in una gara che avrebbe meritato di vincere).
Alla fine è giunta seconda con grande onore.
In tutto ciò i meriti di Ranieri sono stati evidenti. Non solo sul piano tecnico e dei risultati. Ma soprattutto su quello sportivo e dello stile.
Mai una parola fuori posto, mai un atteggiamento fuori dalle righe.
Il calcio italiano ha bisogno di gente come lui.

LEONARDO. Chiamato controvoglia a fare l'allenatore di una squadra non più all'altezza del suo glorioso passato, ha accettato l'incarico per l'amore che lo lega(va) al Milan. Ha rianimato una squadra che di anno in anno perde i suoi campioni e che l'anagrafe condanna a recitare inevitabilmente un ruolo di secondo piano. Ha rilanciato Ronaldinho.
Fino a quando polmoni e gambe dei giocatori hanno retto, il suo Milan è stato un valido avversario dell'Inter. Di più non poteva fare.
Lo ha fatto con stile impeccabile. Ha scelto, qualche volta ha sbagliato, ma è sempre stato coerente con le sue decisioni.
Non ha accettato i diktat di Berlusconi e, a fine campionato, consapevole che la sua autonomia era malvista dal presidente-padrone, ha lasciato con eleganza.
I tifosi si sono schierati dalla sua parte, contestando per la prima volta apertamente Berlusconi.
Il suo stile, il suo sorriso e la sua eleganza (indossa le cravattine vintage che io adoro) rimangono tra le cose migliori di questa stagione.

JOSE' MOURINHO. Piaccia o non piaccia, è davvero lo "Special One".
In due stagioni ha portato l'Inter dove gli era stato chiesto.
In finale di Champions. Dove non arrivava dal 1972.
Ha già vinto due "tituli" e sabato si gioca il terzo, il più importante.
Poi andrà a Madrid, verso una nuova sfida. Non per soldi (ne guadagna così tanti che non he ha bisogno), ma perchè in Italia non si sente amato. Ed è vero.
Un po' è anche colpa sua. Pur di tenere l'attenzione tutta su di sè (e far respirare la squadra) ha spesso gettato benzina sul fuoco delle polemiche.
Il suo atteggiamento è spesso arrogante. Non sorride mai. Risponde con astio alle domande. Ma, al di là dei meriti sportivi (enormi), ha finalmente stravolto la liturgia delle risposte scontate e politicamente corrette. Dice quello che pensa, senza peli sulla lingua. E le cose che dice non sono mai banali.
Chi lo ha attaccato, dal prossimo campionato lo rimpiangerà.
E veniamo ora alle pagelle negative.
La più sonora bocciatura è per la JUVENTUS. La squadra che amavo da ragazzino e in cui non mi riconosco più. Lo stile-Juventus dei tempi di Boniperti, del Trap allenatore e di Zoff-Gentile-Cabrini-Bonini-Brio-Scirea...non esiste più.
Esiste solo una dirigenza arrogante, composta di manager che sapranno tutto di bilanci ma che di pallone giocato capiscono poco e che non danno (forse perchè non hanno) alcun valore all'aspetto umano e sportivo.
Solo così si spiega la scelta azzardata di un allenatore esordiente e senza idee.
Solo così si spiega una campagna acquisti in cui sono stati gettati al vento 50 milioni per un mediocre mediano (Felipe Melo) e per un regista (Diego) mai messo in condizione di funzionare in un collettivo costruito male.
Dispiace per Zac, un signore, ma neanche lui è riuscito a cavare un ragno dal buco.
Segno che molti giocatori sono al capolinea o sul viale del tramonto (Del Piero, Grosso, Camoranesi, Cannavaro, forse anche Buffon), molti non all'altezza del blasone, molti ancora acerbi. Urge rifondazione. A partire dalla dirigenza.
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Serie A
lunedì 10 maggio 2010
Mark Lanegan in Italia

Da vent'anni è "la" Voce del rock, Mark Lanegan.
Una voce splendida, cavernosa e riconoscibile sin dalle prime battute.
Una voce che marchia a fuoco i solchi dei dischi su cui è impressa e li trasforma spesso in lavori indimenticabili.
Sin dai tempi dei leggendari Screaming Trees - la sua straordinaria band di rock psichedelico accostata erroneamente alla scena grunge - il cantante di Ellensburg ha messo in chiaro una cosa. Che la sua voce era uno strumento in più, in grado di esprimere le ferite e i tormenti dell'anima.
Chiusa l'avventura con la sua straordinaria formazione, Lanegan ha proseguito una carriera di grande spessore: da solista (con album mai meno che egregi) e con svariate collaborazioni. Dai Queens Of The Stone Age ai lavori con Isobel Campbell dei Belle & Sebastian fino alle recenti prove con gli inglesi Soulsavers.
Adesso ritorna in Italia con uno show acustico che si preannuncia mozzafiato.
Due le date previste: il 13 maggio ai Magazzini Generali di Milano e il giorno successivo, venerdì 14 maggio al Circolo degli Artisti di Roma.
Un appuntamento che "rischia" seriamente di trasformarsi nel concerto dell'anno.
Aggiornamento 11 maggio:
Comunicazione di servizio: è di poche ore fa la notizia che le due date di Mark Lanegan in Italia sono "sold out". Non sono disponibili pertanto neppure i biglietti al botteghino.
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sabato 24 aprile 2010
25 aprile: festa della Liberazione

Nonostante i continui attacchi alla Costituzione e alla Resistenza (l'ultimo in ordine di tempo è di Edmondo Cirielli (Pdl), presidente della Provincia di Salerno, che ha affermato che sono stati gli Usa a liberarci e che i partigiani volevano imporre una dittatura comunista...sigh!), domani si festeggia il sessantacinquesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.
Chi è a Roma e vuole festeggiare con noi potrà farlo allo Spazio daSud al Pigneto (Via Mogliano da Gentile 170).
La festa sarà doppia perchè festeggiamo anche il primo compleanno della sede di "daSud".
Grande pranzo sociale con i piatti tipici del Mezzogiorno d’Italia, festa di Liberazione per le strade del quartiere,tanta musica, performance teatrali di Telemomò, le storie di "daSud"...e molto altro.
Chi invece si trova a Reggio Calabria potrà festeggiare al Centro Sociale "Angelina Cartella", a Gallico.
Anche a Reggio si tratta di una doppia festa perchè il CSOA compie 8 anni.
Il programma è ricco, a partire dalle 10 di mattina.
Con la fiera della Decrescita (agricoltura naturale, artigianato locale, consumo critico), mostre fotografiche, video, film, concerti, murales e pranzo sociale con i partigiani Aldo Chiantella e Vittorio Calvari.
Sarà un grande giorno di festa...per non dimenticare - in quest'epoca di amnesie e revisionismi di comodo - che la Repubblica e la democrazia sono nate dalla Resistenza antifascista e dalla Liberazione.
Buon 25 Aprile a tutti!
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lunedì 19 aprile 2010
Record Store Day 2010 - Photo gallery
Una photogallery del Record Store Day 2010.
Un pomeriggio di festa, musica live e dischi...da Hellnation Record Store - Roma (17 aprile 2010)







Un pomeriggio di festa, musica live e dischi...da Hellnation Record Store - Roma (17 aprile 2010)







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sabato 17 aprile 2010
Record Store Day 2010

Lo scorso anno è stato un successo e quest'anno si spera di replicare.
Per la quarta stagione consecutiva si celebra oggi il RECORD STORE DAY, la giornata dedicata ai negozi di dischi.
Partita nel 2007 negli Stati Uniti, l'iniziativa si è diffusa a macchia d'olio in tutto il mondo. Anche in Italia, dove la moria dei negozi di dischi (soprattutto quelli più piccoli e indipendenti) non accenna a diminuire.
Ne sopravvivono pochi, quelli che in questi anni di crisi sono riusciti a mantenere un alto profilo qualitativo e una clientela fidelizzata.
Da Nord a Sud sono in molti ad aderire al "Record Store Day": negozianti e pubblico per una volta uniti nel difendere non soltanto un supporto discografico (vinile o Cd che sia), ma soprattutto l'esistenza di luoghi di diffusione della cultura musicale.
Specialmente underground.
Chi dovesse essere a Roma domani mi troverà da HELLNATION RECORD STORE (Via Nomentana 113, a due passi da Porta Pia) dove suoneranno gli Sweepers e dove il mitico Robertò (nella foto in basso, al Record Store Day del 2009) offrirà a tutti un aperitivo - a base di birra e chinotto Neri - e sconti da non perdere (30 % sui vinili e sui Cd , 20% sui libri, t-shirt a 5 euro).
Non mancate!!!
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mercoledì 24 febbraio 2010
Ferlinghetti: il beat che ama la pittura

“Poeti, uscite dai vostri studi / Aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte / Siete stati ritirati troppo a lungo / nei vostri mondi chiusi”.
Nel suo “Manifesto Populista” del 1975 Lawrence Ferlinghetti esorta i poeti ad occuparsi della realtà che li circonda e non solo delle astrazioni sul proprio mondo interiore.
Il lirismo e l’impegno politico, del resto, hanno sempre convissuto nell’opera del “Prevert d’America”, affettuosa definizione che di lui diede Fernanda Pivano.
Questi due aspetti della poliedrica personalità artistica di Ferlinghetti, oggi novantenne, si rintracciano non solo nella sua attività di poeta e romanziere, di libraio ed editore controcorrente con la celebre City Lights di San Francisco.
Ma anche in quella di pittore. Attività iniziata sessant’anni fa, ma spesso offuscata dalla fama di intellettuale della Beat Generation. Adesso però l’autore di “A Coney Island Of The Mind”, uno dei libri di poesia più letti al mondo (un milione di copie vendute per oltre venti traduzioni), svela al pubblico italiano la sua cifra di artista visuale.
Con “Ferlinghetti: 60 anni di pittura”, una mostra itinerante tra Roma e Reggio Calabria che si inaugura il 25 febbraio al Museo di Roma in Trastevere per poi spostarsi al foyer del Teatro Cilea della città dello Stretto, dal 5 maggio al primo luglio. In tutto 54 tele di grandi e grandissime dimensioni, realizzate dall’artista americano tra il 1950 e il 2009.
Una retrospettiva che ripercorre tutta la carriera dell’artista. Carriera che, in un arco di tempo così lungo, ha attraversato fasi diverse. Via via l’opera di Ferlinghetti è stata accostata alla lezione dell’espressionismo di De Kooning, alla Transavanguardia italiana, il movimento teorizzato da Achille Bonito Oliva negli anni Ottanta, fino a giungere a un figurativismo astratto denso di significati.
Il fil rouge che lega tutta l’opera di Ferlinghetti è la coesistenza delle due anime del poeta-pittore: una lirica ed estasiata, l’altra politica, rivoluzionaria, critica. Un dualismo, questo, che Ferlinghetti ha sempre cercato di sintetizzare nelle sue opere. Alcuni dei suoi quadri, come “Against The Chalk Cliffs” (ritratto della prima moglie Kirby Selden Smith) o “The Blue One Looking Darkly”, indugiano sulla dolcezza delle figure femminili, approfondiscono il tema dell’amore e dell’erotismo. È lo stesso artista di San Francisco ad affermare: “Oggi davanti alla coscienza americana dominante, tecnocratica e materialista, molti semplicemente si rinchiudono nei propri gusci. I pittori e i poeti hanno a propria disposizione la fuga lirica, il lirismo puro, in pittura o parole, pura luce non contaminata dall’inquinamento ambientale o politico. Rifiutando l’espressione politica come mezzo espressivo, in questo gruppo di dipinti indulgo in questa fuga lirica”.
Molte altre opere mettono in luce l’indomito spirito ribelle di Ferlinghetti,
la sua critica sferzante a un’America che ha tradito propri ideali.
Come nella serie “Liberty”, iniziata negli anni Ottanta, in cui la Statua della Libertà è l’emblema del sogno americano infranto e deriso.
O nelle opere più recenti, quelle dell’ultimo ventennio, con cui l’artista americano ha voluto dare spazio e voce agli emarginati, all’umanità sofferente, agli ultimi.
Si tratta di quadri dal forte impatto, legati a temi di stringente attualità: l’immigrazione, la lotta per i diritti civili, l’uguaglianza tra uomo e donna, la salvaguardia dell’ambiente, i conflitti in corso.
Tele che vogliono scuotere le coscienze. Come “This Is Not A Man” (1994), forte “j’accuse” al sistema carcerario americano e alla pena di morte.
O la più recente “Ship At Sea” (2006) che affronta il tema dell’immigrazione e la condizione dei “boat people”. Alcune delle opere, esposte in anteprima mondiale, sono recentissime, del 2009: “Dechirée”, “Ka: The Life Force”, “Lady Of Shallot”.
Se siete a Roma o a Reggio Calabria da qui a fine giugno, non perdete l'occasione unica di scoprire il Ferlighetti pittore.
Il beat con la tavolozza, il poeta che ama i colori.
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mercoledì 22 aprile 2009
Kid Congo & The Pink Monkey Birds in Italia


Chi ama un certo tipo di suono, di malsano rock'n'roll, avrà certamente a casa un disco in cui figura KID CONGO POWERS.
GUN CLUB, CRAMPS e BAD SEEDS (ma anche i più recenti Knoxville Girls) sono i nomi i principali delle formazioni straordinarie in cui il chitarrista di Los Angeles ha militato lasciando il suo inconfondibile marchio sonoro.
Con il suo nuovo progetto, Kid Congo & Pink Monkey Birds, ha appena pubblicato per la In The Red, "Dracula Boots", un album che trasuda garage, insegue il blues, vira verso la psichedelia, sfiora ambientazioni chicane.
E questa settimana torna in Italia per presentarlo.
Due le date - domani all'INIT di Roma e venerdì allo Spazio 211 di Torino - a cui, se si è nei paraggi, è impossibile mancare.
venerdì 17 aprile 2009
Record Store Day: salviamo i negozi di dischi

Ogni volta che chiude un negozio di dischi, è un pezzo di storia che se ne va.
Ed è una cultura - musicale, underground o meno - che muore.
L'ho ripetuto spesso su questo blog, vedasi i post del 21 giugno 2007
dedicato alla chiusura dello storico Disfunzioni Musicali, e dell'11 febbraio 2008 quando la stessa sorte è toccata a Revolver.
Per cui non posso che condividere appieno l'iniziativa del "Record Store Day", la giornata mondiale per salvare i negozi di dischi che in Italia - grazie al MEI, ad Audiocoop e al sostegno della Toast Records - ha trovato una sponda in un evento analogo chiamato semplicemente "Salviamo i negozi di dischi".
Mi è sembrato giusto scriverne per Repubblica
Personalmente celebrerò il Record Store Day da Hellnation Store in via Nomentana 113 a Roma.
Domani, sabato 18 aprile, a partire dalle 18: concerto dei Beastie Beat (gruppo che rifà i classici di Who, Beatles e Small Faces), party a base di birra e chinotto Neri, sconto del 30% su LP, CD e libri, magliette a 5 Euro...
Ci vediamo lì per festeggiare i negozi di dischi underground.
Non mancate!
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giovedì 9 aprile 2009
Salviamo il Detour

Il Detour, uno dei cineclub più attivi e interessanti della Capitale, rischia di chiudere.
Sarebbe un altro colpo mortale alla vita culturale di una città che dovrebbe essere agli stessi livelli di Londra, Berlino, Parigi e Madrid, e invece affonda ogni giorno di più.
A febbraio la chiusura del Traffic, uno dei più noti rock club capitolini, ha ridotto notevolmente l'offerta di concerti legati al mondo dell'indipendenza, soprattutto in chiave garage e punk.
Oggi la notizia della probabile chiusura del Detour, un cineclub che si è sempre distinto per le rassegne underground e una proposta cinematografico-culturale realmente alternativa, è un altro tassello nello smantellamento del tessuto culturale romano.
Qui sotto trovate il comunicato diffuso dal Detour.
DETOUR RISCHIA DI CHIUDERE!
Cari soci e amici,
dopo 12 anni, Detour rischia la chiusura.
Il cineclub è più vivo che mai, il calendario delle proiezioni è pieno fino a fine stagione e tante, tantissime sono le realtà culturali e sociali che fanno riferimento alla nostra sala per svolgere le proprie attività.
Detour rischia di chiudere perché Il contratto di affitto è scaduto e dobbiamo lasciare i locali di Via Urbana 47/a.
A chi ci ha suggerito di occupare spazi non utilizzati o ex-cinema in disuso, o di “farci degli amici in alto” abbiamo risposto che non è nel nostro modo di vedere le cose. In tutti questi anni abbiamo regolarmente pagato l’affitto e abbiamo tenuto i partiti fuori dalla porta convinti che questi non debbano interferire con le nostre scelte o strumentalizzare le nostre iniziative.
Siamo, ancora fino al 31 Agosto, uno dei pochi, se non il solo cinema del centro storico, che organizza con cadenza settimanale iniziative accessibili a persone diversamente abili e proiezioni commentate per non vedenti. Siamo forse l’unica realtà del centro storico che usa il cinema come strumento di integrazione sociale. Senza contare il fatto che la nostra sala, in tutti questi anni, ha dato spazio a centinaia di giovani autori indipendenti e ad opere che diversamente non avrebbero potuto avere alcuna visibilità.
La prospettiva di riaprire in un altro locale non ci spaventa.
Avevamo già individuato delle possibili alternative ed eravamo pronti a spostarci, ma ad oggi non siamo ancora arrivati a un accordo con il locatario in merito all’indennità di avviamento spettante per legge, somma indispensabile per iniziare i lavori di ristrutturazione nella nuova destinazione.
Abbiamo sempre fatto le cose da soli. Con il volontariato e con il sostegno dei soci. Ma questa volta è diverso. Ristrutturare un nuovo locale ha dei costi che da soli non possiamo sostenere. Abbiamo bisogno di un aiuto. Non dai partiti, ma dalle istituzioni. Abbiamo bisogno di far sapere al Municipio I e al Comune di Roma, alla Provincia e alla Regione Lazio che Detour è una realtà necessaria.
Necessaria perché i cinema, quelli tradizionali non bastano; perché tante persone disabili hanno scelto Detour come loro cinema, un cinema realmente accessibile che non ha posti riservati (marchiati) e in cui non si viene stigmatizzati per la propria diversità. Necessaria perché il cinema non è solo vedere un film, ma anche fermarsi e parlarne; perché posti come il nostro sono un punto di partenza per potenziali talenti; perché tante, troppe sono le sale che stanno scomparendo per lasciare il posto a centri commerciali e bingo.
Vi chiediamo di scriverci e di manifestare il vostro interesse e sostegno per il Detour.
(niente di impegnativo, solo poche righe all’ email aiutiamodetour@gmail.com indicando i vostri dati e la vostra professione).
Inoltre, per chi avesse la possibilità di sostenere economicamente la riapertura, questi gli estremi bancari del Detour:
CONTO DETOUR
BANCA POPOLARE DI SONDRIO
IBAN: IT46 K056 9603 2080 0000 5249 X53
Filiale: 091 ROMA - AG. 8
(Nella causale potete indicare “nome_cognome_donazione per riapertura Detour”)
Sosteniamo il Detour, difendiamo la Cultura.
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