martedì 30 novembre 2010

PENNY IKINGER "Penelope" (Citadel)



Penny Ikinger non è un nome noto per chi non è addentro alle “segrete cose” del rock australiano. Ed è un vero peccato. Perché l’affascinante chitarrista e chanteuse di Melbourne è sulle scene dei nostri antipodi da quasi trent’anni.
Prima con i formidabili Wet Taxis, poi con il pianista Louis Tillet e, a partire dal 1990, con una serie di nomi assai noti dell’Aussie-rock come Tex Perkins (Beasts of Bourbon) e Kim Salmon (Scientists, Beasts Of Bourbon, Surrealists).

La sua carriera solista invece prende avvio, discograficamente parlando, nel 2003 con la pubblicazione dell’album “Elektra”. Adesso, preceduto dall’Ep “Fragile” dello scorso anno, arriva il secondo disco in solitario per Penny. In solitario per modo di dire, visto che la rocker australiana si fa accompagnare nelle dodici tracce di “Penelope” da una moltitudine di amici musicisti, tra cui spiccano i nomi di Deniz Tek (Radio Birdman), a cui pure è dedicato il disco, Ron Peno (Died Pretty), Ron Sanchez (Donovan’s Brain), i francesi Vinz Guilly e Demi Dero, Charlie Owen (Beasts of Bourbon).

Non è la solita “all star band” messa su per attirare qualche attenzione sul disco, ma una congrega di musicisti di altissimo livello che funziona a meraviglia su queste canzoni. Canzoni che compongono un viaggio sonoro dalla forte impronta chitarristica, con tempeste di feedback e fuzz, a metà strada tra il noise e lo shoegazer. E con un’arma in più: la voce suadente e sensuale di Penny che avvolge tutte le composizioni e le marchia a fuoco con la sua timbrica personale.

Come ci svela subito la splendida “Into The Slipstream” posta sui solchi iniziali, con quel suo incedere sinuoso ed ipnotico che si avvale però di una ritmica tribale. In “Montana To Mexico” è la chitarra al contempo tagliente e psichedelica di Deniz Tek a tenere alta la tensione, mentre “Fragile” è un episodio delicato e quasi impalpabile.

“Heart Song” viaggia su territori noise alla maniera dei Sonic Youth, con la voce sensuale di Penny che si inarca sulle trame ipnotiche degli strumenti.
La parte centrale del disco soffre di una certa monotonia, ma "Penelope" riprende subito quota con “Dirty Pool”, una canzone minimale, notturna, intimista che in più di un passaggio ricorda la migliore PJ Harvey.

E se “Impossibile Love” è il brano più accessibile, e pop, della raccolta, “Memories Remain” è una ballata elettrica dove è Ron Peno dei Died Pretty a duettare alla voce con Penny.
“Pieces Of Glass” è invece l’episodio più solare e apertamente rock’n’roll del disco, un pezzo convincente e coinvolgente che cede il passo alla conclusiva “City Of Sin” , l’ennesima tentazione minimale e ipnotica di “Penelope”.
Un disco che cresce con gli ascolti e ti entra dentro poco a poco fino a conquistarti.

sabato 27 novembre 2010

"EIGHTIES COLOURS": oggi al MEI di Faenza





Nuova presentazione di "EIGHTIES COLOURS": oggi alle ore 13 alla Sala Convegni del M.E.I 2010 a Faenza.

L'occasione è data dall'incontro "I colori degli anni Ottanta: gli Avvoltoi e altre storie..." durante il quale "Eighties Colours" sarà premiato come "Miglior libro indies dell'anno" del M.E.I. 2010.

Parleremo della scena neo-Sixties italiana di quel decennio contraddittorio: tanto superficiale e plasticato a livello mainstream, quanto ribollente di energia e creatività nell'underground.
E soprattutto festeggeremo i 25 anni di attività degli Avvoltoi, una delle band più significative di quella fantastica scena musicale.

Assieme a me ci saranno infatti Moreno "Spirogi" Lambertini degli Avvoltoi e Salvatore Coluccio, organizzatore di due importanti eventi neo-Sixties contemporanei: i festival Primavera Beat e Manifesto Beat.

Se siete al M.E.I. l'appuntamento è per le ore 13.
Non mancate!

venerdì 26 novembre 2010

PAUL COLLINS - King of Power Pop! (Alive)



La nuova attenzione catalizzata da Paul Collins con la recente serie di ristampe che ha riguardato le sue leggendarie formazioni di un tempo come i formidabili Nerves e gli estemporanei Breakaways culmina adesso in un nuovo album solista del musicista newyorkese. Che, intanto, si è trasferito nuovamente nella Grande Mela dopo il lungo periodo madrileno e negli ultimi mesi ha suonato ininterrottamente in giro per gli States e il Canada.

“King of Power Pop!” è il terzo album pubblicato dal Nostro nel volgere di cinque anni, cioè da quando è tornato a calcare i palchi di mezzo mondo per diffondere il verbo del power-pop con un repertorio fatto di vecchi classici e di nuove splendide canzoni. Così dopo “Flying High” (2005) e “Ribbon Of Gold” (2008), Paul Collins chiude il cerchio con il terzo lavoro di questa ipotetica trilogia. E lo fa con il suo disco migliore.

Se negli altri album, infatti, c’erano sempre due-tre anthem imbattibili che non avrebbero sfigurato ai tempi dei Beat, in “King Of Power Pop!” (titolo autocelebrativo, ma azzeccatissimo) è la maggior parte delle canzoni a essere di altissimo livello.
Canzoni pop, certamente. Ma è esattamente ciò in cui Paul è davvero il “Re”, ciò a cui ha dedicato una vita intera: quei tre minuti magici in cui melodia e grintoso guitar-sound si fondono alla perfezione e ti restano scolpiti in testa sin dal primo ascolto.

E allora c’è di che godere con le tredici canzoni che compongono questo disco.
Sin dall’iniziale “C’mon let’s go!”, perfetto esempio di pop song a presa immediata, passando per il rock’n’roll aggressivo di “Do You Wanna Love Me?”, con tanto di armonica, e l’altrettanto incisiva “Don’t Blame Your Troubles On Me”.

Con “Many Roads To Follow” dei Nerves i ritmi rallentano con un brano westcostiano, con le chitarre acustiche e i cori a disegnarne la trama. Ma è solo un attimo perché subito dopo Paul Collins piazza uno dei brani più riusciti del disco, un piccolo capolavoro da due minuti e mezzo. Si intitola “Lose Your Cool” e sono certo che farà la gioia dei fans dei Beat.

La voce ormai arrochita del rocker newyorkese graffia anche sulla melodica ma dinamica “Off The Hook” e nella nervosa “I Go Black”, mentre “Kings of Power Pop!” è un pezzo che fa non tradisce il titolo che porta.

Ma non è tutto perché il finale ci riserva ancora due sorprese: la spettacolare “This Is America”, che si apre con un soffio di feedback e vola in un crescendo di chitarre, e la bellissima cover di “You Tore Me Down”, il pezzo più byrdsiano dei Flamin’ Groovies. Anche loro “re del power pop”.

giovedì 25 novembre 2010

Salve le carte di Piazza Fontana


La vergognosa sentenza sulla bomba di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, 8 persone morte, 102 ferite) non ha fatto altro che riaprire una sanguinosa ferita sulle stragi di Stato.

Stragi in cui una parte consistente degli apparati di sicurezza, in teoria al servizio della Repubblica e della democrazia, deviarono verso tentazioni golpiste e reazionarie.
Colpendo nel mucchio, uccidendo decine di persone innocenti e ferendone gravemente a centinaia.

E' per questo che la democrazia italiana non potrà avere un futuro se non si farà chiarezza su quelle stragi, sui livelli di collusione, sulle responsabilità.

Per far chiarezza su quanto avvenuto è importante tener viva la memoria e chiedere che i documenti secretati siano resi pubblici.

E', quindi, una buona notizia che l'immenso archivio dei processi sulla strage di Piazza Fontana, abbandonato per anni negli scantinati del tribunale di Catanzaro, sia stato finalmente salvato e digitalizzato.

Potete leggere l'articolo su Repubblica, cliccando qui

Sempre su Repubblica.it potete firmare l'appello affinchè lo Stato si decida a rendere accessibili i suoi archivi su quelle stragi che ancora oggi reclamano giustizia.

mercoledì 24 novembre 2010

CUT - Annihilation Road (Go Down)


Ho apprezzato i bolognesi Cut sin dai loro esordi, ma devo dire che - soprattutto quando in molti sbavavano per loro nei primi anni Duemila - ho sempre teso a ridimensionarli.
Forse perché sono spesso e volentieri un bastian contrario. O forse perché ho sempre ritenuto che i gruppi italiani per uscire dal loro provincialismo e dalla loro autoreferenzialità debbano confrontarsi con i gruppi e le scene internazionali, e non solo prenderli a modello e scimmiottarli.
Per cui ogni qual volta ascoltavo un nuovo disco dei Cut, per quanto bello e incisivo fosse, lo trovavo sempre una spanna al di sotto di quelli delle più accreditate formazione straniere.

Questa volta no.

Giunta al quinto album, con un percorso sincero e coerente, e senza aver gettato la spugna in un panorama musicale (quello italiano) sempre più asfittico e desolante, la formazione guidata da Ferruccio Quercetti centra pienamente il bersaglio. E lo fa in virtù di un sound che ha saputo limare ogni eccesso, senza perdere in potenza e in forza comunicativa: un cocktail ad alto tasso alcolico di punk, blues, noise e rock’n’roll.
A certificare, poi, la raggiunta dimensione internazionale del terzetto bolognese sono le collaborazioni di questo album. “Annihilation Road” è stato registrato a New York da Matt Verta-Ray, sodale di Jon Spencer negli Heavy Trash e, prima ancora, chitarrista e mente dei newyorkesi Speedball Baby. Il disco è stato poi masterizzato da Ivan Julian che in molti ricorderanno al fianco di Richard Hell nei suoi leggendari Voidoids.

E’ rock contemporaneo, nervoso e tagliente, quello contenuto nelle quattordici tracce di “Annihilation Road”. Musica che vuole colpire duro, che non lascia spazio ad ammiccamenti commerciali e che va dritta al bersaglio.

La partenza è al fulmicotone con la title-track e la non meno impattiva “Strange Kind of Feeling”, mentre in “Awesome” emerge lo spettro dei Fugazi soprattutto nell’iniziale giro di basso. E se in “She Gave Me Water” i Cut giocano tutto sui chiaroscuri, nella fase centrale del disco tirano fuori una triade di canzoni di punk blues dissonante e ricco di scorie noise come “All Our Dues”, in cui si avverte l’infusso della Blues Explosion, “The Light” e “Summertime”.

Ma il meglio deve ancora venire: con il dinamismo sonoro che avvolge “Smash The Playground” e soprattutto con “Soul Fire”, un episodio notturno, ipnotico e affascinante, vetta artistica di un album senza sbavature né cali di tensione. Uno dei dischi più riusciti del 2010. Non soltanto italiani.

martedì 23 novembre 2010

THE BELLRAYS - "Black Lightning" (Fargo)


“Maximum Rock’n’Soul”: è questa la formula con cui i californiani BellRays definiscono da sempre la loro cifra stilistica. La band di Riverside, California, guidata dalla coppia formata (anche nella vita) da Lisa Kekaula e Bob Venuum, nonostante i ripetuti cambi di line-up, giunge oggi alla settima prova. In splendida forma.

Al punto che “Black Lightning” pare essere il disco più maturo e completo fin qui realizzato dal quartetto americano. Senza recedere neppure un po' da quella fiera attitudine soul e punk con cui hanno sempre caratterizzato le loro mosse sul palco e in studio, i BellRays distillano dieci nuove canzoni che mettono perfettamente a fuoco il senso del loro credo sonoro. A partire dalla title-track che apre l’album: una sintesi del rock dal grande impatto sonoro ed emotivo che la band sa generare con chitarre sature, volumi altissimi, una sezione ritmica che non sbaglia un colpo e la voce, calda e aggressiva, di Miss Kekaula.

Sugli scudi pure le deraglianti “Hell On Earth” e “Living A Lie”, due brani che filano come un treno sparato a tutta velocità e travolgono qualunque cosa gli si pari innanzi. La tensione si smorza con “Sun Comes Down”, splendido episodio di scuola Stax/Motown, con un riuscito arrangiamento d’archi e i cori femminili che fanno risaltare ancor di più il carisma e la voce della singer di colore.

“On Top” non tradisce il titolo che porta, essendo la vetta creativa di “Black Lightning”: mirabile esempio di high-energy rock’n’roll del Ventunesimo secolo, un bolide perfettamente oliato in ogni suo ingranaggio, che non sbanda in curva e va dritto all’obiettivo. Con “Anymore” i BellRays si inoltrano ancora in territori black con un brano, imperniato sulla voce sofferta e intensa di Lisa, che tocca le corde più sensibili del nostro animo. Mentre “Power To Burn” è l’episodio più diretto dell’album, un classico rock’n’roll di due minuti, semplice ma efficace. “Everybody Get Up” è ancora più hard sotto il profilo strumentale, ma con la voce roca e potente di miss Kekaula e un assolo d’altri tempi a fare la differenza. Potenza che ritroviamo anche nella superba “Close Your Eyes” che si apre verso soluzioni più liriche prima di sfociare in “The Way”, un ispirato brano soul alla maniera dei “girls group” degli anni Sessanta che chiude i solchi di "Black Lightning". Un album che, assieme all'esplosivo "Let It Blast" (1998) e al più meditato "Have A Little Faith" (2006), rappresenta il vertice della produzione discografica del favoloso quartetto californiano. Oltre ad essere, senza tema di smentita, uno dei dischi migliori di questo 2010 che volge al termine.

lunedì 22 novembre 2010

Scott Morgan -S/T (Alive)




Dopo le ultime eccellenti prove con The Solution, Powertrane e Hydromatics, Scott Morgan ha pensato che fosse venuto il momento di realizzare un album da solista. Così l’ex cantante e chitarrista della leggendaria Sonic’s Rendezvous Band (e prima ancora dei Rationals) ha raccolto attorno a sé alcuni tra i più rispettati musicisti della Motor City e tirato fuori un album che trasuda black music e gronda emozioni a ogni nota.

Accanto a lui troviamo Matthew Smith (piano, chitarra, cori), Chris Taylor (chitarra, cori), Dave Shettler (batteria, cori) e soprattutto, al basso, l’ex Dirtbombs e produttore (dei White Stripes, tra gli altri) Jim Diamond presso i cui famosi Ghetto Recorders è stato registrato l’album.

Scott Morgan, “il bianco con la voce da nero”, ancora una volta non fa nulla per nascondere le sue radici e nelle undici tracce di questo eponimo lavoro fa professione di fede nel R&B e nel soul con un programma sonoro equamente diviso tra cover e brani originali.

La partenza è con una versione di grana grossa di “Something About You” dei Four Tops che scivola poi nel fascino soul di “Fallin’ For Ya” e nell’esuberante “She’s Not Just Another Woman”, straordinario pezzo R&B originariamente firmato dagli Eight Day di Detroit.
Tra gli originali spicca invece l’effervescente “Summer Nights”, dagli umori funky, che ricorda vagamente “Purple Haze” ed è arricchita da cori. Mentre la cover di “Since I Lost You Baby” di Jerry Butler mette in luce tutto il lirismo di cui è capace Scott.

Un ipnotico riff blues-rock riveste “Lucy May”, mentre è il groove a risaltare in “Mississippi Delta” (Bobbie Gentry) e “Memphis Time”. Ma non è ancora finita: ci sono due cover rese superbamente, l’affascinante “Do I Move You” di Nina Simone e la stilosa “Bring It On Home To Me” dell’immortale Sam Cooke, e soprattutto “Highway” in cui, per un attimo, Scott Morgan e i suoi sodali abbandonano la black music e si fanno trascinare nell’hi-energy rock’n’roll alla Sonic’s Rendezvous Band con un pezzo tanto breve quanto incisivo.

Perfetta conclusione di un disco che è una nitida fotografia della carriera e dell’attitudine di Scott Morgan: onesto, appassionato, senza compromessi.